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XVI Congresso Provinciale Cgil Catania
 
Catania è
Per un lavoro libero, contro la mafia e contro tutti i fascismi
 
Relazione di Giacomo Rota
 
 
Conosco le amarezze, le delusioni, il tempo talvolta che richiede l’attività sindacale, con risultati non del tutto soddisfacenti. Conosco bene tutto questo, perché anch'io sono stato attivista sindacale: voi sapete bene che io non provengo dall'alto, provengo dal basso.
G. Di Vittorio
“Belle ciao”, ha detto la Cgil pochi giorni fa al Teatro Brancaccio di Roma. Un saluto amichevole e gioioso, certo, ma soprattutto un’assemblea nazionale che ha voluto ricordare a quest’ Italia difficile ma ancora grande e generosa, che le diseguaglianze nel luogo di lavoro non sono più accettabili.
“Tutte insieme, vogliamo tutto”: lo dicono le donne. 
Qui ed ora vogliamo dirlo anche noi, uomini e donne, vogliamo il lavoro, vogliamo i diritti, vogliamo l’accoglienza e il dialogo tra i popoli!
E anche noi della Cgil di Catania, vogliamo tutto!
Ecco perché oggi apriamo questi lavori congressuali catanesi con l’intervento di una compagna.
Non è una scelta d’immagine, non è una strategia – tra l’altro sarebbe pure sorpassata- di mediocre marketing politico. Abbiamo voluto che fosse la cara Sonia Alom ad aprire i lavori, con le sue parole, il suo sguardo, il suo sorriso. È un modo tutto della Cgil di sottolineare a questa città - che nei millenni è stata come tanti altri centri della Sicilia, teatro delle più variopinte dominazioni - che lo straniero, semplicemente, non esiste.
 
Catania accoglie, abbraccia, ascolta, si confronta con i cittadini che provengono da altre culture. Se Catania fa tutto questo non è un caso. Il suo essere accogliente è il risultato della sedimentazione millenaria di provenienze, lingue, profumi e storie diverse.
Storie spesso di fuga e di povertà, di sfruttamento e di riduzione in schiavitù, ma anche di sorrisi e di speranza che a vario titolo i nostri padri e le nostre madri hanno conosciuto da vicino.
La storia si ripete ciclicamente: tocca a noi però scrivere un copione migliore o peggiore del precedente ogni volta che il trascorrere dei secoli ci presenta occasioni che si rassomigliano.
Oggi tocca a noi della Cgil lasciare il segno per la Catania e l’Italia che verranno.
Care delegate e cari delegati, care compagne e compagni, graditissimi ospiti, è un onore darvi il benvenuto al 16° Congresso della Camera del Lavoro Metropolitana di Catania, che come sempre nelle dinamiche di questo sindacato arriva al termine di un percorso impegnativo: il nostro gruppo dirigente ha lavorato senza mai fermarsi con oltre 300 assemblee di base e con la partecipazione di oltre 18.000 iscritti.
Il sindacalista della Cgil ascolta. Lo fa in tutta Italia, alla stessa maniera: con interesse e passione, pazienza e competenza. 
Qui a Catania il sindacalista della Cgil aggiunge al suo bagaglio personale un altro elemento: si dota in anticipo della determinazione a non mollare mai, anche quando tutto sembra perduto.
In occasione di questo percorso di preparazione al congresso di oggi, abbiamo di nuovo ascoltato storie, suggerimenti, analisi e critiche. 
Chi fa veramente il sindacalista sa che non è semplice accogliere in sé, giorno dopo giorno, ora dopo ora, richieste d’ aiuto disperate dalle cui risoluzioni dipendono centinaia di migliaia di destini personali e familiari.
 
Fra i lavoratori catanesi c'è molto disorientamento, e soprattutto le Istituzioni sono percepite come distanti, persino inutili per i tanti che un lavoro lo hanno perso; e ciò anche per l’assenza, siglata dal Governo Renzi, degli
ammortizzatori sociali.
Osserviamo un’evidente emergenza tra i giovani, ma anche una capacità di spesa sempre più ridotta per chi lavora, così come registriamo il dramma degli ultracinquantenni che perdono il posto. Restano senza lavoro, si sentono senza speranza, praticamente consegnati alla miseria.
Siamo, dunque, al blocco del cosiddetto ascensore sociale: chi nasce in famiglie di lavoratori monoreddito non può permettersi l’università e il cambio di status, come invece avveniva nel più recente passato. Durante le nostre assise, tante volte abbiamo ascoltato il loro dolore e la loro amarezza. 
La rabbia dei più giovani non risparmia certo la Cgil e i sindacati in genere.
Ci colpevolizzano per avere permesso una legge come quella della Fornero
o il Jobs act. 
“Come è potuto accadere?”, ci chiedono.
 
 A volte più che una vera critica mi sembra di sentire, compagni, una richiesta di aiuto nei confronti della CGIL, della quale, comunque, si fidano.
Per i lavoratori siamo l’ultima speranza, l’unico baluardo utile a contrastare questo pezzo di storia che ci investe tutti.
Ma i lavoratori percepiscono, forse per la prima volta, come alle nostre spalle non ci sia un partito serio che si faccia carico del tema lavoro come obiettivo dominante della sua politica.
Soli i lavoratori, solo il sindacato!
La Cgil ha svolto un contrasto ai vari governi che è stato sempre puntuale e puntiglioso, utilizzando le armi di sempre, e cioè gli scioperi e le manifestazioni di piazza, alle quali ha aggiunto la proposta di legge  avente per oggetto la Carta Universale dei diritti con le  conseguenti raccolte di firme.   
Questi strumenti di lotta li abbiamo usati e continueremo a farlo a fronte di governi insensibili e irrispettosi delle lotte di milioni di lavoratori, e purtroppo tra questi governi, cari compagni, ci sono stati anche quelli di centrosinistra. 
Lo dico con amarezza ma senza remore: il Pd ha tradito il mondo del lavoro e porta le stimmate di questa responsabilità, che si chiamano Jobs Act o Buona Scuola, solo per fare alcuni esempi.
Ci aspettavamo intenti diversi, speravamo in storie e azioni diverse. La Cgil ha sempre tenuto il timone fermo sulle controriforme, abbiamo condotto un’opposizione puntigliosa e attentissima a queste riforme ma sempre all’interno delle regole e della legalità democratica. Abbiamo dunque portato avanti tutte le azioni che dovevamo svolgere.
 
Compagni, lo strumento dello sciopero generale è forte ma prezioso e non va sprecato, men che mai svilito a routine. 
Scioperi generali indetti una volta al mese non funzionerebbero, non sarebbero neppure tollerabili da chi lavora. 
Un’ autocritica va fatta però, ad esempio a proposito della nostra battaglia condotta contro la Legge Fornero; col senno del poi possiamo dire che le tre ore di sciopero sono state insufficienti. Vivevamo una fase drammatica in cui si gridava alla fine dell’Italia, si pensava che saremmo stati commissariati dall’UE da un momento all’altro. La Cgil ha forse peccato di eccessiva responsabilità nei confronti del Paese? Forse. Ma è troppo facile dirlo adesso.
Le autocritiche però hanno senso se sono lucide e sanno vedere anche i risultati ottenuti.
La Cgil è riuscita fortunatamente a mitigare alcune conseguenze ma non abbiamo trovato Governi capaci di ascoltare i lavoratori.
Cosa siamo riusciti a portare dalla nostra parte? Che storia stiamo tramandando ai nostri figli?
Abbiamo ottenuto l’eliminazione dei voucher con il referendum. Una battaglia sudatissima. Possiamo raccontare i nostri sforzi di programmazione, le nostre riunioni, i nostri sacrifici, i nostri sorrisi. Ma raccontiamo oggi che il Governo ha reintrodotto i buoni lavoro; non hanno avuto rispetto nemmeno delle nostre firme, cari compagni, perché quando un governo cambia la legge per evitare il referendum e dopo due mesi reintroduce i voucher  siamo di fronte al conclamato DISPREZZO della volontà popolare.
Ecco cosa significa tentare di portare risultati concreti in un clima storico e politico di questo tenore.
 
L’attuale governo nazionale sente forte il consenso popolare ottenuto parlando alla pancia degli italiani, alle loro paure, all’onda emotiva che getta un velo grigio sulle nostre anime italiane.
Un governo che gioca sporco sulla partita dei migranti, ma allo stato attuale non abbiamo ancora assistito ad una sola riforma, se riforma può chiamarsi la cancellazione del modello Riace o il sequestro di 177 migranti a bordo di una nave della Guardia Costiera.
Vedete compagni, abbiamo considerato l’antifascismo come una parte talmente integrante l’identità stessa del nostro sindacato, della nostra storia, della nostra Costituzione, che oggi ci serve una dose suppletiva di amore e coraggio per ribadire ciò che dovrebbe apparire scontato ad ogni italiano: l’Italia democratica, il suo presupposto di libertà, il fondamento sul lavoro e sull’uguaglianza sono stati resi possibili grazie ad un processo di sacrifici di sangue e saperi che hanno segnato la storia dell’intera Europa occidentale.
Chi osa trasformare l’articolo 21, quello che recita che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, in un lasciapassare a favore di un pensiero neofascista subdolo, travestito da modernità, è in malafede. E sa di esserlo.
 “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, lo dice la Costituzione.
Il problema, compagni, non è solo promuovere con più energia l’antifascismo, ma anche chiedersi quale significato urge dare hic et nunc all’aggettivo fascista.
Nelle nostre manifestazioni cittadine dedicate al ricordo del 25 aprile, dei suoi martiri, accanto alle nostre belle bandiere e a quelle dei compagni dell’ANPI di Catania che ci onoriamo di seguire in quella e in altre bellissime manifestazioni, ripetiamo un mantra che non cambieremo mai: La Cgil è antifascista, lo è stata e sempre lo sarà. I nostri valori sono nati dalla Resistenza e dalla liberazione del nostro Paese dal feroce invasore tedesco. Non è un caso: furono gli operai, i contadini, gli impiegati e i tecnici a costituire “la massa e il cervello delle gloriose formazioni partigiane e di tutti i focolai di resistenza attiva all’invasore tedesco”.
 
La Cgil di Catania, che ha aderito all’appello “Mai più fascismi”, si è mobilitata anche lo scorso febbraio in piazza Stesicoro a Catania con l’associazione partigiani, per raccogliere le firme in calce all’appello unitario. L’appello dell’Anpi sottolineava “la minaccia alla democrazia” messa in atto da organizzazioni che “diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell’odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia”. All’appello hanno anche aderito Cisl e Uil e tante altre organizzazioni.
“Perché abbiamo combattuto contro i fascisti e i tedeschi – diceva nell’aprile 1978 Luciano Lama –? Perché abbiamo rischiato la vita, perduto, nelle montagne e nei crocevia delle nostre campagne, nelle piazze delle nostre città migliaia dei nostri compagni e fratelli, i migliori? Perché siamo insorti, con le armi, quando il nemico era più forte di noi? Noi abbiamo lottato allora per la giustizia e per la democrazia, per cambiare l’Italia, per renderla libera. […]
Ma è in atto una narrazione infondata, strumentale e propagandistica a cui spesso, come singoli, non sappiamo rispondere adeguatamente. Secondo il ministro Fontana “con l’immigrazione si diluiscono le identità e l’omologazione avanza”. Oramai siamo alla difesa della razza, senza più giri di parole.
Ottant’anni fa il regime fascista promulgò le leggi razziali, leggi di estrema gravità, spesso associate a norme e decreti minori, punitivi, discriminatori e umilianti. Il tutto, accompagnato dall’indifferenza generale, dalla pericolosa tolleranza di atti senza precedenti consumati a danno della popolazione di fede ebraica. Oggi la discriminazione prende altre forme con vesti di iniziative amministrative e legislative - dall'esclusione dei bimbi dalla mensa a Lodi al cosiddetto decreto Salvini sull'immigrazione e la sicurezza, sino ad arrivare alla vergognosa vicenda dell’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, letteralmente umiliato ed esiliato.
 
La Cgil sta con Mimmo Lucano.
La Cgil di Catania è con Mimmo Lucano.
Le persone per bene di questa Italia e di questa Sicilia che comprendono appieno i valori della democrazia restano accanto a Mimmo! 
 Questo nostro Stato somiglia sempre più a uno stato di polizia, compagni.
Ce ne siamo accorti bene noi catanesi quando ci siamo trovati tutti insieme, con i catanesi, senza sigle ma con un cuore grandissimo, con gli amici della Rete antirazzista, con le associazioni e i tanti giovani, a sostenere i migranti sequestrati da Salvini per 9 giorni a bordo della nave della Guardia Costiera “Diciotti”.
Quel caso, ben organizzato a sfondo elettorale e oscuramente ideologico, giocato sulla pelle di persone più deboli il cui destino è purtroppo ancora tutto da scrivere, ci ha svelato quanto ci stiamo pericolosamente allontanando dalle nostre regole democratiche, che dovrebbero rappresentare delle certezze assolute.
La Cgil si è dichiarata subito convinta della necessità che i migranti venissero fatti sbarcare e che l'indegno spettacolo di battibecchi politici che si stava consumando sulla loro pelle avesse fine. Il mondo ci ha guardato, compagni.
Siamo fieri della partecipazione della Cgil Sicilia di quei giorni al Porto di Catania. Crediamo che quella mobilitazione avesse un senso molto più ampio della mera manifestazione di solidarietà.
 
Sulla "Diciotti" anche la nostra Camera del lavoro ha fatto la sua parte, ora dopo ora. I diritti sono di tutti, italiani e non.
Credo personalmente, che in questo difficile momento il passaggio dall’attivismo antifascista a quello dell’attivismo vero dell’antimafia, senza etichette e pericolosi atteggiamenti di posa, debba essere automatico. Lavoriamo molto sul fronte dell’analisi dell’economia e della cultura mafiosa, insieme alla città. La scorsa primavera abbiamo illustrato il nuovo Codice antimafia, frutto di iniziativa popolare che presenta luci ed ombre ma che secondo noi è necessario sfruttare subito nei suoi aspetti positivi in considerazione del futuro delle aziende confiscate. Un tema, quest’ultimo che ci è caro, e che è stato seguito con grandissima cura e competenza in questi anni.
Nei giorni scorsi abbiamo espresso solidarietà e vicinanza al Presidente della Commissione regionale Antimafia, Claudio Fava, oggetto di intimidazione mafiosa. È evidente che criminalità organizzata e clima di intolleranza ai diritti e alla legalità in questo momento storico, vanno di pari passo. Non abbiamo dubbi sulla tempra di Fava che di certo non si farà minimamente intimidire dal vile gesto, ma vogliamo ribadire che la Cgil è il sindacato contro la mafia e rimane accanto a tutti coloro che manifestano con la propria storia e il proprio lavoro quotidiano la lotta alla criminalità organizzata.
La CGIL catanese esprime, allo stesso modo, piena e totale solidarietà al Dott. Amedeo Bertone, Procuratore di Caltanissetta, anche lui oggetto di una vile intimidazione mafiosa e simbolo di una magistratura che indomita non si piega.
Catania, inoltre, è ancora al centro dei riflettori per il sequestro ai beni dell'editore Mario Ciancio, alla sbarra anche per concorso esterno in associazione mafiosa.
 
Guardiamo con fiducia e ottimismo all'operato della Magistratura catanese che al momento di spiegare pubblicamente le basi del decreto di sequestro ha dimostrato ancora una volta non solo di avere seguito con determinazione e nel tempo un'indagine obiettivamente difficile, ma anche di avere guardato al futuro dei dipendenti dell'editore con uno sguardo di fiducia. Il panorama di lavoratori all'interno del gruppo è variegato: giornalisti, ma anche tecnici, grafici, amministrativi.
I lavoratori delle aziende che si trovano in mano ai commissari giudiziari non possono pagare il prezzo di un sistema contorto, infiltrato da mala politica e prassi mafiose. Il caso Tecnis, per esempio, è stato gestito con attenzione e cura dagli amministratori che hanno ascoltato i sindacati. Noi vorremmo che si ripetesse la stessa impronta di dialogo aperto e sincero a tutela dei lavoratori e dunque della città stessa.
La Cgil affianca con passione e con l'impegno congiunto della segreteria nazionale, le aziende commissariate, non ci interessano le lezioncine di morale autoreferenziali che sui social fanno capolino dalle comode poltrone borghesi.
Quanti di loro sanno cosa significa spendere giorni e notti, accanto alle gente comune che non sa come arrivare a fine mese?
Catania è una città violentata dalla mafia imprenditoriale e oggi la Cgil rimane ancora una volta al fianco dei lavoratori di Telecolor (lo eravamo anche quando furono ingiustamente licenziati i cronisti ai tempi della redazione di via Crispi, giornalisti di alto livello che non abbassarono la testa di fronte al loro editore) e a fianco dei dipendenti di Antenna Sicilia, schierandoci senza indugio contro la proprietà. Rimaniamo garantisti sino al termine dei gradi di giudizio nei confronti dell'accusato Mario Ciancio, ma senza mai dimenticare che il nostro sindacato è e sarà sempre contro la mafia. Restiamo al fianco di tutte le associazioni e movimenti che hanno a cuore questi valori, compresa la libertà di stampa, sia a livello individuale che a livello di gruppi aziendali.
Non è facile compagni fare buon sindacato in una città dove solo pochi mesi fa  la Guardia di Finanza ha arrestato il direttore dell'Ispettorato del Lavoro, ex rappresentanti istituzionali e figure apicali dell'ASP. Anni di battaglie della Cgil di Catania contro il lavoro nero e contro la piaga degli incidenti sul lavoro causati da mancati controlli o mancate applicazioni della legge, oggi purtroppo devono fare i conti con una chiave di lettura che passa dalla corruzione, dalla "messa a disposizione" dei funzionari nei confronti delle imprese non in regola quasi alla pari di consulenti retribuiti e non di controparte, di annullamento della privacy dei lavoratori e dei loro diritti di base, di attacco anche alle tasche di tutti i contribuenti.  
 
E’ di queste ore il nuovo Documento di Economia e Finanza, il DEF,
all'interno del quale vengono messe per iscritto tutte le politiche economiche e finanziarie selezionate, decise ed imposte dal Governo. Ci vuole ancora tempo per comprenderlo in ogni passaggio ma a noi  già appare pieno di provvedimenti spot, a cominciare dal  solito condono già visto,  ribattezzato “pace fiscale”,  il solito schiaffo doloroso e umiliante per chi  le tasse le ha sempre pagate, continuando con la flat tax, provvedimento che fa saltare la progressività della tassazione, e che favorisce i redditi più alti continuando a creare iniquità, per poi finire con la cosiddetta “quota 100”, che ad una prima lettura ci appare lacunosa, rendendo pertanto necessario un approfondimento per accertarsi che non vi siano trucchetti che penalizzino i lavoratori.
Merita una menzione a parte il reddito di cittadinanza, provvedimento che impegna circa 10 miliardi di euro, non eliminando certo la povertà né affrontando strutturalmente la cronica mancanza di lavoro che invece si combatte con politiche anticicliche di investimenti in settori sia tradizionali (edilizia) sia innovativi, e con l’introduzione di vere ed efficaci politiche attive del lavoro.
Va inoltre ribadito che aver portato il deficit al 2,4 % per una manovra basata sulla spesa corrente e non su politiche di sviluppo ed investimenti veri, è pericoloso e privo di senso; aver aperto un contrasto  con le Istituzioni europee sul niente è gravissimo e rende il nostro Paese più vulnerabile e possibile preda della speculazione finanziaria.
La Cgil deve innanzitutto rimanere principale interprete dei bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici, delle pensionate e dei pensionati italiani; dobbiamo essere in grado di stare ancora accanto al mondo del lavoro che soffre.
Ma non viviamo in una bolla, abbiamo invece bisogno di interlocutori, di una parte politica che ci ascolti, mentre non sfugge a nessuno che non esiste, al momento, un grande partito che vede il lavoro come valore centrale.
 
Il decreto dignità, compagni, è quantomeno un’ occasione perduta perché non riforma il diritto del lavoro ma serve solo a confondere le acque e a svilire il mondo del lavoro. E senza una vera riforma strutturale non si restituisce dignità ai lavoratori.
Mala tempora currunt: chi lavora viene trattato alla stregua di un limone da spremere o di un povero credulone. Anche solo discutere di lavoro trasparente e basato sui diritti almeno essenziali, oggi viene guardato con sospetto in questa Sicilia che mai come adesso appare arsa, bruciata dal fuoco della crisi e dello sfruttamento. 
Un peccato imperdonabile: la nostra Isola, compresa Catania, è una terra vivida.
Per questo siamo ancora una volta qui, tutti insieme, forti delle nostre esperienze, compagni di vita e di lotte.
Abbiamo dalla nostra parte i tesserati della Cgil, i nostri militanti e i molti simpatizzanti, e in barba a chi vorrebbe vedere una Cgil perdere pezzi e identità, servendosi di tendenziose interpretazioni di dati nazionali, anche a Catania ci confermiamo il primo sindacato in tutta la provincia.
La traccia del nostro congresso nazionale è volutamente aperta a mille declinazioni.
“Il lavoro è”.
Conosciamo mille modi per definire cosa il lavoro è! 
 
Tra questi ci sono le grandi tracce del documento congressuale che precede i nostri lavori conclusivi del gennaio 2019 a Bari; il lavoro è uguaglianza, ossia la riconciliazione tra l’Europa economica e quella sociale, il lavoro è contrastare la precarietà e creare occupazione concreta e reale, è riconoscere diritti ai lavoratori disabili, tutele ai lavoratori atipici –e noi a Catania ne abbiamo molti, come sanno bene gli attivissimi compagni del NIDIL- , rafforzare le politiche di sviluppo, dare vita a  parole come diritti e cittadinanza anche in direzione del rispetto del diritto alla salute e alla sicurezza nei luoghi di lavoro.
La scelta di incentrare il congresso sul tema “Il lavoro è… “ è coraggiosa. Noi abbiamo deciso di incentrare il documento sul lavoro perché mai come ora il problema è il lavoro. Il lavoro è un valore fondante per la nostra democrazia e un perno della Costituzione. La Cgil reputa che il lavoro è svilito, svalutato, vilipeso, attaccato, aggredito, privato di valore e di dignità e con il lavoro i lavoratori e le lavoratrici. I lavoratori e le lavoratrici italiani non sono figli di un dio minore, eppure molti operano affinché ciò accada. 
Gente da tassare, tartassare, spremere. Ma noi riteniamo che lavoratori e lavoratrici italiani siano una immensa riserva morale di questa Nazione, che con il loro sangue e sudore sia cresciuta la democrazia di questo Paese e crediamo che sia diventato necessario rivalutare il lavoro e proteggerlo. E’ necessario ridare dignità al lavoro. Il Lavoro deve diventare di nuovo uno strumento di liberazione dell’essere umano.
 Un uomo che lavora deve essere libero; libero dal bisogno perché lavora, quindi il lavoro deve essere remunerato in maniera consona e deve consentire di poter mantenere la propria famiglia e di realizzare se stessi, deve essere libero da condizionamenti e ricatti, deve diventare strumento di piena affermazione della personalità dell’uomo.
La Cgil ha reagito all’attacco del valore lavoro non solo con lo sciopero, le manifestazioni, la protesta, tutte azioni che pure abbiamo organizzato con passione, ma anche diversificando le azioni di lotta. I tre referendum, sull’ Art. 18, responsabilità solidale in tema di appalti e sui voucher, hanno spiegato a voce alta come la Cgil pensa il lavoro. 
 
Noi pensiamo il lavoro con diritti , dignitoso e non precarizzato. Abbiamo raccolto tre milioni di firme, a Catania ben 25 mila per la Carta universale dei diritti che riscrive completamente il diritto del lavoro italiano
affermando che il diritto è in capo al lavoratore, il diritto alla maternità è in capo alla donna lavoratrice autonoma o dipendente.
Abbiamo spiegato ai catanesi nelle piazze, per le strade, nei luoghi di lavoro, davanti alle macchinette del caffè e dentro i gazebo, che nella Carta dei diritti è stata concepita una rivoluzione. E quando abbiamo spiegato con ogni mezzo che il punto di partenza era proprio il riconoscimento del diritto in capo alla persona, i cittadini hanno capito, hanno apprezzato, hanno firmato.
Durante le nostre campagne, a Catania e dintorni, abbiamo ascoltato mille storie di lavoro e perciò di vita. Non c’è stata una firma senza un commento, una domanda, un aneddoto!
Ecco perché la Carta dei Diritti è la nostra risposta alla domanda: 
“Il lavoro è.. “
È dignitoso, realizza, non è precario, è liberatore, è un valore assoluto che rende l’uomo protagonista, anche con l’Art. 18 e la Legge 300.
Gino Giugni diceva che la Costituzione è entrata nei luoghi di lavoro perché lì l’uomo era cittadino non più consegnato al padrone, che da padrone diventava datore di lavoro.
Venendo adesso a noi, cari compagni, possiamo dire che dal nostro osservatorio catanese abbiamo potuto rilevare che i fondi europei hanno assicurato molte possibilità di sviluppo alle regioni del Sud, hanno messo a disposizione molto denaro che il Meridione italiano ha, in troppe occasioni, sprecato, sperperato o comunque non colto. Abbiamo dimostrato una incapacità colpevole di progettualità. Il ceto politico del Sud ha una responsabilità enorme nel mancato utilizzo dei fondi europei e, secondo noi, anche un pezzo della dirigenza regionale e dei comuni non è stato in grado di progettare nella maniera che era necessaria. 
 
Ciò premesso, oggi l’Europa non appare come l’Europa dei cittadini, ma è l’Europa delle banche, della finanza e dell’inutile rigore, cioè lontana. C’è da parte dell’Europa un’ incapacità di capire il dramma occupazionale e di sottosviluppo che sta vivendo il Sud, e più questo avviene più le persone si allontanano dalle Istituzioni; vivono l’Europa come l’Europa delle burocrazie e non dei cittadini, e la grande colpa dell’ Europa degli ultimi dieci anni è di aver messo davanti a tutto la regolarità dei conti e la sistemazione dei bilanci, il non avere compreso la necessità di essere sociale  e non solo attenta a ciò che è misurabile col decimale; l’occupazione, la possibilità di creare sviluppo europeo non può essere costruita solo con il rigore del conto economico.
 L’Europa del rigore, quella dei falchi tedeschi che ritengono che il quantitative easing, sia sbagliato, che ci deve essere il decimale del rispetto delle regole, sta minando il concetto di Europa solidale e probabilmente potrebbe determinare un improprio vantaggio per organizzazioni populiste, sovraniste che possono vincere alle prossime europee e determinare una crisi dell’idea  di Europa, che noi condividiamo, idea già adesso molto indebolita dai paesi di Visegràd e dal nostro stesso Governo.
Noi viviamo in Europa, in Italia, in Sicilia.
Un’isola difficile da comprendere.
In occasioni importanti come questa, ci viene incontro il lavoro prezioso eseguito dal Cerdfos nei mesi scorsi sulla Sicilia. Il quadro economico regionale dipinto dal Centro Studi Cgil Sicilia, è abbastanza preoccupante. 
Il PIL siciliano per l’83,3% è prodotto da beni e servizi destinabili e non destinabili alla vendita. I settori portanti dell’economia pesano poco più del 16%. Un ruolo fondamentale svolge la pubblica amministrazione che ha una doppia chiave di lettura: costa troppo (fonte di clientele e di sussidi improduttivi) e non riesce a svolgere quel ruolo di cinghia di trasmissione, fondamentale per lo sviluppo di un territorio. 
 
I dati ci dipingono un PIL siciliano, dopo una caduta di oltre 15 punti dal 2008 al 2104, che a partire dal 2015 registra una inversione di tendenza, facendo registrare un aumento del 2,1% ed una stima intorno allo 0,5% per il 2016. 
Ma l’Istat ha recentemente confermato che la Sicilia, assieme a Campania e Puglia, detengono il primato della più bassa intensità lavorativa. Si trattascrive il Cerdfos- dell’incidenza delle persone in età lavorativa che vivono in famiglia che nell’ultimo anno hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale. 
Il tasso di disoccupazione si è attestato nel 2016 al 22,1% contro il 19,6% del Sud e l’11,7% dell’Italia. Anche il tasso di disoccupazione giovanile evidenzia andamenti crescenti in Sicilia attestandosi al 45,8% per la classe 15-29 anni e 57,2% nella classe 15-24 anni. 
Dinamiche crescenti anche per il tasso di disoccupazione 45-54 anni con un tasso in Sicilia quasi doppio rispetto al dato nazionale (14,8% in Sicilia, 7,9% in Italia). 
I NEET evidenziano preoccupanti incrementi in Sicilia passando nella classe 1529 anni da 301 mila del 2007 a 338 mila nel 2016, anche nella fascia 15-34 anni passano da 450 mila del 2007 a 500 mila nel 2016. 
Le refluenze di tali andamenti si colgono nell’andamento della povertà assoluta e in quella relativa. Quest’ultima è passata dal 21% delle famiglie residenti in regione nel 2007 al 25,3% nel 2015, e quella assoluta si stima intorno al 12% (sono oltre 600 mila i siciliani che si trovano in tale fascia). 
L’Istat ha pubblicato di recente una stima dell’economia non osservata nelle regioni italiane. In Sicilia si tratta del 19,5% del valore aggiunto, qualcosa come 15miliardi di euro. La stima dell’Istat imputa tale valore per l’8,4% al lavoro non regolare, il 7,8% alle sotto dichiarazioni fiscali delle imprese e il 3,3% all’economia illegale. 
 
Continua a confermarsi un’area di evasione stimabile intorno ai 20 miliardi di euro. Infatti, a fronte di redditi dichiarati di poco superiori a 45 miliardi, i consumi delle famiglie siciliane si sono attestate intorno a 65 miliardi. 
In buona sostanza, la Sicilia si caratterizza sempre più come area di consumo che di produzione. 
Il dramma socio economico della Sicilia si coglie dall’andamento di alcuni indicatori: desertificazione industriale oltre 30 mila imprese in meno rispetto al 2008; la perdita di capitale umano tra il 1995 ed il 2016 si sono cancellati dalle anagrafi comunali una media di 33 mila cittadini l’anno. Il 60% si concentra nelle classi 25/ 29 e 30/34 anni e la maggior parte possiede un titolo di studio; pare opportuno segnalare un dato che sintetizza lo stato di crisi della nostra Regione, tra il 2008 ed il 2016 in Sicilia si sono persi 126 mila posti lavoro, sempre nello stesso periodo in Italia se ne sono persi 332 mila, ciò sta a significare che la perdita occupazionale del Paese nel periodo suddetto (quasi il 40%) ha una matrice siciliana. 
Care compagne e cari compagni, appare adesso importante dare un giudizio sul nuovo Governo regionale.
Riteniamo che il presidente della Regione, Nello Musumeci, abbia le potenzialità per fare bene il suo lavoro ma, in questo momento, appare assolutamente impantanato in situazioni dalle quali non riesce a venire a capo. Ci sono tante, troppe importanti e difficili questioni aperte, ma ancora non arrivano le risposte, neppure sui temi di massima.
Per esempio, registriamo un’incapacità della Regione Siciliana nello gestire i Consorzi di bonifica, o nella gestione dei lavoratori forestali. Il quadro che rimanda quest’amministrazione regionale è quello di un’evidente mancanza di programmazione e di visione d’insieme.
 
Dopo la macelleria sociale operata da governo Crocetta, dalla nuova gestione Musumeci ci saremmo poi aspettati un deciso riavvio della formazione
professionale. 
La Cgil di Catania guarda con rispetto al lavoro del Presidente della Regione, ma inizia a maturare un giudizio insufficiente. Noi non diamo pagelle, diciamo però che la nuova giunta regionale ci appare impantanata in mille sospese questioni e non vediamo risultati, specie per la nostra provincia etnea.
La Regione si muove in un’area in chiaro-scuro. Da un lato assistiamo ad un rispetto formale dell’interlocutore, che di solito viene mantenuto, ma manca da parte dell’Ente, della sua amministrazione centrale, la dovuta decisione e progettualità, soprattutto nei più importanti dossier. 
Pochi giorni fa Musumeci ha dichiarato “vi sono dei delinquenti tra i burocrati della Regione”. Se così è non basta dirlo. Bisogna recarsi alla Procura della Repubblica e denunciare. Non ci si può nascondere dietro incapacità presunte.
Chiediamo, dunque, al Presidente Musumeci ed al suo Governo più coraggio, più capacità di programmazione e più voglia di concertazione.
 
***
 
Compagne e compagni,
qui a Catania possiamo e dobbiamo tentare una risposta tutta nostra.
Gli iscritti alla Cgil etnea sanno, per esempio, che con il nostro sindacato in questa città si sono costruite storie di grandi sfide, di vittorie esaltanti e in certi momenti storici, di dolorose delusioni che rimarranno impresse nella memoria collettiva.
Il lavoro a Catania è la realtà di una storia antica, che custodisce la memoria e l’attualità di lavoratori della terra, del mare, ma anche del commercio e delle professioni artistiche.
Il lavoro in questa città complessa, ma dalle mille risorse, è la base di ogni grandezza e la causa di ogni disagio.
Dicevo che, un po’ come la storia ripete i suoi corsi e ricorsi offrendoci sempre la possibilità di cambiare la direzione di destini che sembrano segnati,  anche le città sono degli organismi viventi con le loro età, le loro fasi di crescita, di declino e di rinascita.
Completare la frase “Catania è”, però, ci lascia ancora senza fiato. È una città meravigliosa e difficile. Proviamo a darne un identikit preciso in questo congresso, ma prima è necessario che da una Camera del lavoro come la nostra, meridionale e forte di una storia che ha visto uomini e donne lottare giorno dopo giorno per il lavoro, per la legalità e sempre, e con qualunque strumento a disposizione, contro la mafia, vengano descritti i contesti geo politici che ci riguardano da vicino.
Veniamo alla nostra Città ed alla sua provincia, compagne e compagni. 
Analizzando ancora una volta i dati del Cerdfos:
 
Al 2016 questa provincia conta 1.113.303 residenti. 
Nella provincia di Catania, dall’inizio del periodo di crisi si è registrata una contrazione del tasso di occupazione passato dal 43% al 40,1%, in particolare tale tasso per quanto riguarda gli uomini, scende dal 58,3% al 51,7%, quello delle donne passa da 28,4% al 28,8%. 
Il gap complessivamente con il dato nazionale si attesta a 18 punti, mentre si colloca vicino al dato medio regionale. Le dinamiche sopra descritte hanno influenzato il tasso di disoccupazione che passa dal 12,0% del 2008 al 18,8% del 2017, quello delle donne sempre nello stesso periodo, aumenta passando dal
14,8% al 20,1%, quello degli uomini che varia dal 10,5% al 18,1%. In Italia nel 2017, il tasso di disoccupazione si attesta all’11,2%, quello degli uomini al 10,3% e quello delle donne 12,4%.
La provincia di Catania perde, nel periodo della crisi 2008-2017, 12.113 occupati in tutti i settori di attività. E’ questa una somma algebrica che tiene conto della compensazione tra posti effettivamente persi e posti guadagnati, in particolare perde  15.392  addetti nell’industria, di cui   1.338 addetti  nell’industria in senso stretto e crolla nel comparto delle costruzioni con meno 14.054 occupati. E’ opportuno evidenziare che tra il 2016 ed il 2017  vi è stato un aumento occupazionale nell’industria in senso stretto di 3.190 unità.  In controtendenza, invece, l’agricoltura con più 46 unità tra il 2008 ed il 2017. Per quanto riguarda i servizi si nota un aumento complessivo di 3.232 occupati.
Chi siamo, dunque, noi abitanti di una città sospesa tra il mare e un Vulcano che ci rappresenta meglio di qualunque altro simbolo?
A Catania l’età media si assesta a 44 anni, resta sostanzialmente stabile la fascia 15-64 anni mentre aumenta la fascia over 65 che passa dal 16,8% al 18,7%. Tali andamenti hanno influenzato l’indice di vecchiaia.
 
Se consideriamo le proiezioni elaborate dall’Istat che prevedono intorno al 2060, in Sicilia, un indice di vecchiaia stimabile intorno a 300 over 65 per ogni 100 giovani 0-14 anni, è fondamentale programmare adesso tutte quelle politiche e servizi che lo scenario appena descritto richiede.
La provincia etnea si presenta con una densità di stranieri residenti minore rispetto al dato regionale: a fronte di un rapporto tra popolazione e stranieri del 3,7% per la Sicilia, la provincia di Catania tocca quota 3,1%. Gli stranieri residenti in provincia sono, al primo gennaio del 2017, 34.566. La comunità più numerosa è quella dei romeni con 11.147 residenti. La seconda comunità è quella cingalese con 3.850 individui, seguita dalla comunità cinese (2.156). La popolazione straniera presenta, su tutti i territori, un’età media più bassa di quella della componente italiana. In provincia di Catania si attesta a 33,9 anni, esattamente in linea con quella misurata per gli stranieri dell’intera regione. Anche il tasso di vecchiaia si livella ad un valore piuttosto contenuto, 15,8 per cento. Per la composizione giovanile della popolazione il tasso di natalità risulta più elevato di quello della popolazione italiana: in media degli ultimi sei anni è pari al 12,9 per mille. 
Probabilmente le scarse offerte lavorative proposte dal territorio forniscono supporto a poche migrazioni, contenute principalmente nel lavoro autonomo, nel lavoro a giornata in agricoltura e nella cura delle persone.
L’agricoltura ha forse patito meno la crisi, e se da un lato sono moltissimi i lavoratori stranieri in sostituzione di molti italiani che scelgono altre strade di vita, dall’altro, soprattutto in alcuni settori, è in atto una guerra fra poveri stranieri e nostri conterranei poveri. In questa storia chi vince è il caporale che sfrutta entrambi, obbligando anche a farsi pagare il “servizio” di trasporto in quei tristi furgoni che i nostri sindacati di strada conoscono molto bene, e che tutti abbiamo visto del documentario “TerraNera”.
Vogliamo ribadirlo anche oggi: la nostra terra offre grandi opportunità, dall’arancia rossa ai vitigni dell’Etna, alle altre eccellenze gastronomiche apprezzate anche all’estero e che aspettano solo di fare la differenza nell’ambito di un reale ragionamento di rilancio del territorio.
La nostra quotidianità è scandita dalle emergenze, dalla rabbia, dalle vertenze nuove e da quelle vecchie.
 
Compagni, gli 80 lavoratori della Myrmex sono l’esempio di chi ogni giorno lotta non solo per salvare il proprio futuro lavorativo, ma per difendersi da un’ ingiustizia atavica, quella di chi sfrutta sgravi o opportunità economiche non per investire nel’impresa ma per predare il mercato e abbandonare i lavoratori.
Del caso Myrmex si è occupata in più riprese la stampa nazionale e regionale e l’impegno della Filctem e della Cgil, è stato e resterà forte e orgoglioso! E’ una vertenza lunga, complessa e dolorosa. La Cgil giudica “vergognoso" il comportamento della società di Gian Luca Calvi, poiché continua a perseverare in comportamenti che si rivelano sprezzanti delle regole e delle leggi del nostro Paese. Abbiamo appreso da poco che sono state attivate tre nuove assunzioni in un laboratorio disattivo da anni, con l’obiettivo di garantire la stabile sede e la stabile organizzazione, requisiti questi che servono per ottenere i finanziamenti pubblici del MIUR. Di contro, eppure, non ha mai consentito ai lavoratori di effettuare alcuna attività, anche quando l’azienda era formalmente attiva. Del resto, nel corso degli anni passati, quando ancora i lavoratori erano in mobilità, il MIUR aveva respinto i criteri di stabile sede e stabile organizzazione di Myrmex.
Per le organizzazioni sindacali, inoltre, bisogna comprendere se l’azienda abbia rispettato i criteri previsti della 223/91. Per tutto questo la CGIL e la FILCTEM CGIL, hanno deciso di procedere coinvolgendo il Centro per l’Impiego,
l’ispettorato del lavoro, la Prefettura e la Procura della Repubblica.
Poi però ci sono anche le vittorie della concertazione, sudate e forti, che ci rendono orgogliosi di essere Cgil e di essere sindacato in sintonia con le altre sigle della città.  
Insieme a Cisl, Uil, Ugl, USB, Confsal Snalv di Catania e a Fp Cgil, FIT Cisl, Uil Trasporti e Ugl Igiene ambientale, poche settimane fa abbiamo finalmente ottenuto ciò che chiedevamo da oltre un anno: la stabilizzazione dei 105 lavoratori del bacino prefettizio nel settore dei rifiuti.
 
I dipendenti sono stati assorbiti dalla Dusty, l’impresa che si è aggiudicata il bando della gara ponte, lottando senza sosta da mesi e mesi; assorbiti anche i 630 lavoratori della ditta uscente, la Senèco.
Grazie ad una importante iniziativa della uscente giunta comunale Bianco  e dalla Prefettura, i 105 erano stati dapprima inseriti in uno speciale bacino, in quanto fuoriusciti dal lavoro, e poi "garantiti" dalle istituzioni. Un percorso non facile quello che è seguito dopo, che però oggi ha premiato la pazienza di tutti. Purtroppo già da mesi Catania deve fare i conti con il drammatico fallimento del servizio di raccolta differenziata; fallimento, che mortifica igiene pubblica  e decoro cittadino. 
Siamo particolarmente preoccupati, sia per le condizioni strutturali della discariche, sia per la gestione stessa del ciclo dei rifiuti. Continuiamo a ritenere altissimi i rischi di infiltrazione mafiosa nel settore.
La Procura di Catania- lo vogliamo ricordare compagni-  ha richiesto l’archiviazione, per l’infondatezza della notizia di reato, delle accuse di sequestro di persona lanciate dalla Ve.d.is, l’azienda catanese di trasporto di carburante, a carico di sette lavoratori e tre rappresentanti sindacali.  È stata un’esperienza amara, e con la Filt Cgil sin dal primo giorno abbiamo dichiarato all’opinione pubblica di trovarci di fronte ad un’azienda che ha dimostrato fortissime resistenze a fronte di un normale confronto con la Cgil, finendo per punire  i lavoratori. Alla fine la giustizia ci ha dato ragione ma rimane la preoccupazione di possibili infiltrazioni mafiose nel settore e il timore  che proseguano i tentativi di delegittimare lavoratori e sindacato persino a fronte di basilari questioni di civile confronto.
Poi c’è la Catania della ricerca e dell’innovazione. 
Impossibile in questa sede ricordare tutte le esperienze in corso, ma il sogno dell’Etna Valley non può essere sepolto dalla crisi, compagni. La microelettronica e la ricerca di eccellenza collegata ad essa, ad esempio in aziende come la St Microelectronics, è partita dalle nostre grandi intelligenze formate dall’Università di Catania. Una grande Università, compagni, fiore all’occhiello della nostra città e della nostra storia. 
 
È necessario coltivare queste risorse, umane e e tecnologiche. Faremo sempre  il possibile come sindacato, affinché continuino a potenziarsi e affinché i lavoratori di questo comparto godano dei diritti dovuti. 
Non viviamo dentro una bolla, lo abbiamo detto.
La Cgil di Catania auspica un lavoro fruttuoso e all’insegna della concertazione con il nuovo sindaco Salvo Pogliese, e la sua giunta. Ci aspettiamo, insieme a Cisl, Uil e Ugl, un Municipio aperto al confronto e all'ascolto sulle questioni sempre più difficili e incalzanti legate ai diritti di chi lavora, ed alle aspettative di chi un lavoro non ce l'ha, al mercato che cambia, allo sviluppo del territorio che può segnare la differenza. Stiamo però registrando un eccessivo ritardo nell’avvio del processo di concertazione che è stato a più riprese da noi sollecitato e che era stato promesso dall’attuale amministrazione.
Con l’amministrazione precedente guidata da Enzo Bianco, abbiamo fatto alcuni percorsi importanti, regolati da un confronto franco ed operativo, improntato al massimo rispetto delle posizioni e dei ruoli.
Il Patto per Catania è stato un esempio, un tentativo virtuoso di utilizzo dei fondi europei perché nel Patto sono stati inseriti tanti progetti con la regia del Comune di Catania e dell’allora amministrazione Bianco. I progetti sono stati pensati per essere realizzati facilitando i percorsi burocratici al fine di realizzarli velocemente. Cgil, Cisl ,Uil e Ugl sono state inserite  nella cabina di regia: questo non vuol dire che abbiamo amministrato i fondi, ma che abbiamo partecipato con idee, offerto  stimoli e  sorvegliato.
Con l’amministrazione precedente abbiamo avuto un ruolo nella cabina di regia, e sebbene a volte abbiamo registrato qualche caduta propagandistica siamo stati integrati nel percorso. Abbiamo chiesto al neo sindaco Pogliese, apprezzando l’imprinting iniziale dei rapporti e comprendendo le difficoltà della nuova amministrazione, che è giunto il momento della concertazione e questo riguarda anche il Patto per Catania. 
 
Vorremmo capire i progetti a che punto sono, qual è il livello di finanziamenti, quali sono esecutivi e quali no. Vogliamo capire quali progetti esecutivi lasciati in consegna da Bianco si realizzeranno, e quando. Al momento, però, non abbiamo più notizie della cabina di regia e non sappiamo se il sindaco Pogliese l’abbia davvero confermata. Di certo, alcuni nodi dovranno essere sciolti.
Catania è la città con il più alto numero di centri commerciali in Europa. Sono nati senza regole, all’ombra di diktat imprenditoriali mafiosi – non lo diciamo noi, lo dice la Procura di Catania, in molti processi in corso- ma la crisi
della Grande Distribuzione Organizzata sta incidendo pesantemente
nell'economia del lavoro cittadino. Secondo i dati Cerfdos, a Catania la perdita negli anni di crisi ammonta a circa 2500 posti di lavoro nel settore commercio. Chi ne paga la conseguenze, al solito, sono i lavoratori. No, non è un mantra retorico. 
Stiamo anche assistendo da molto tempo alla conseguente e gravissima crisi del commercio di prossimità. I negozi che hanno fatto la storia a Catania continuano a chiudere battenti, desertificando i centri storici.
Il tema della ZES è ritenuto fondamentale per lo sviluppo e l’insediamento delle imprese per la rigenerazione urbana delle aree adiacenti al Porto ma nonostante sia già stato esitato il decreto nazionale, il governo regionale non ha ancora avviato le procedure con gli enti locali, ponendo in dubbio le delimitazioni che erano state individuate nell’area portuale di Catania ed Augusta .
Catania e la sua provincia è carente di infrastrutture  efficaci e di Intermodalità (esiste un Interporto ma non può essere considerato di certo attore di scambio intermodale).
L’aeroporto di Catania, pur in eccezionale crescita, non è servito dal treno ed è circondato da un sistema parcheggi inefficace. La nostra città  ha una ferrovia obsoleta, anche se inizia a contare su una metropolitana  che incontra già il favore dei cittadini. 
 
Catania è una città ad altissimo rischio sismico; ne siamo così tanto consapevoli da tendere alla rimozione di questo aspetto che incombe nel futuro - non sappiamo quanto lontano- delle nostre future generazioni. 
In questi anni ci siamo confrontati più volte con qualificati addetti ai lavori e abbiamo ulteriormente mediato con le istituzioni locali, affinché questo elemento venisse sempre e comunque preso in considerazione ogni qualvolta si prenda in esame il capitolo di manutenzione degli edifici pubblici, scuole in primis. 
Questa città può e deve investire sulla sicurezza anche per dare nuova linfa ad un’edilizia sana e mirata. Anche il fronte del dissesto idrogeologico andrebbe rivisto in questa ottica; i danni dei giorni scorsi subiti dagli agricoltori in seguito all’ennesima alluvione, devono far riflettere una volta per tutte.
 
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A Catania, secondo i dati ISTAT, la popolazione residente nelle periferie arriva al 42% della cittadinanza. Il capoluogo etneo, tra le 14 città metropolitane riportate nello studio, è inoltre il secondo dopo Napoli per fragilità nell’indice di vulnerabilità sociale e materiale.
Cito questi dati diffusi dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie non a caso.
Con il Dipartimento Periferie del sindacato, abbiamo chiesto e subito ottenuto dalla nuova amministrazione comunale l’inserimento in giunta di una specifica delega.
Il lavoro svolto in questi anni dalla Cgil Librino, e comunque dalla confederazione nella sua espressione più varia, fianco a fianco con le associazioni di volontariato, le scuole, le parrocchie, è spesso silenzioso e sotto traccia, ma ha permesso di contenere la rabbia e di trasformare in proposte concrete le istanze degli abitanti dei quartieri più complessi. In questi anni abbiamo ascoltato donne e uomini, con le loro storie personali difficili. Abbiamo ascoltato, come sempre, e raccolto dolori, proteste, implorazioni, suggerimenti e poi abbiamo elaborato possibili soluzioni. 
Ci sono temi chiave legati alla vita delle periferie quali la mobilità, l'ambiente urbano, la fatiscenza degli alloggi pubblici, la criminalità e la sicurezza, i giovani, gli spazi aperti e viene giocata la partita istituzionale ed economica, dal livello locale fino ad arrivare a quello europeo. 
Il Governo nazionale ha tentato di tenderci un tranello con il Decreto Milleproroghe, con la cancellazione del Bando Periferie che sarebbe costata a Catania 58 milioni di euro già destinati a progetti concreti.
Un disastro evitato, fortunatamente, in calcio d’angolo. 
 
Dire periferia spesso è dire anche allarme abitativo.
A Catania sono circa 5000 le famiglie nelle graduatorie che aspettano da anni una soluzione per problemi abitativi e circa 4000 quelle interessate a procedure di sfratto. 
E sono 692 quelli per morosità
Eppure i progetti di inclusione sociale non sono stati ancora avviati.
Sull'emergenza abitativa a Catania è necessario aprire un serrato confronto con l’amministrazione comunale.
Lo abbiamo detto ad alta voce insieme a Cisl e Uil, e al nostro Sunia, il sindacato degli inquilini che ha ripreso una grande vitalità in questi anni.
Il problema casa a Catania è centrale al pari del dramma della disoccupazione, poiché proprio sugli alloggi si gioca una partita di civiltà in questa città.
Manca un’offerta adeguata di alloggi pubblici e l’assenza di sostegni all’affitto sul mercato privato per le fasce deboli, unita all’esecuzione di sfratti che aumentano di anno in anno, disegnano un quadro drammatico. Come confederazione abbiamo già potenziato da tempo la nostra attività su queste vertenze con un’attività costante dell’area Politiche abitative e l’impegno mirato della segreteria confederale.
Ancora ci aspettano anni di lavoro all'insegna, ce lo auguriamo fortemente, della concertazione tra sindacati e Comune, alla quale abbiamo creduto e continueremo a credere con forza.
 
Il nodo dissesto sarà la prova del fuoco in questa direzione.
Abbiamo ribadito il nostro fermo "no" al dissesto e avviato un confronto congiunto e urgente tra sindacati e le associazioni datoriali con il sindaco Pogliese. Con CISL, UIL e Ugl ma anche con i settori artigiani e cooperative, come Confindustria, Confcommercio, CNA, Lega coop, Upla Claai, Upia Casartigiani, UnImpresa, Confcooperative, Agci e Unicoop, abbiamo chiesto di ragionare insieme e concretamente su contenuti che possano fare la differenza. 
Siamo soddisfatti di quest'approccio corale e democratico avviato oggi, che continuerà, ma siamo anche preoccupatissimi nel caso il dissesto si avvii fattivamente. La prospettiva sul fronte economico e sociale, welfare compreso, sarebbe a dir poco disastrosa. Anche nel caso il dissesto non si dovesse attuare – lo sapremo appena conosceremo l’esito del ricorso-  rimane comunque da gestire una situazione grave e complessa come forse non è sufficientemente
chiaro ai cittadini.
In caso, invece, di dissesto ci troveremmo con i servizi sociali a rischio immediato, asili comunali in testa; le cooperative sociali già adesso sono in grave stato di sofferenza per i mancati pagamenti da parte dell’amministrazione comunale, rischierebbero seriamente il fallimento con la conseguente chiusura di servizi essenziali per le fasce più deboli, fragili e disagiate della popolazione catanese.
Stiamo seguendo da molto vicino il caso delle coop sociali che non hanno ancora ricevuto il corrispettivo economico per i servizi prestati in media da 10 mesi. Il rischio è che chiudano i battenti. La parola purtroppo passa al Governo nazionale: l’amministrazione comunale ha già comunicato che la risoluzione di questa vertenza dipende solo da un’auspicabile aiuto del governo nazionale.
 
Seguire la famiglie di soggetti deboli è anche una nostra priorità: il nostro pensiero, oltre ai lavoratori in difficoltà che si occupano dei disabili o dei più deboli, come ad esempio quelli dell’Oda, l’Opera Diocesana, va alle famiglie a cui viene meno un sostegno fondamentale. È davvero una questione di tenuta sociale.
Anche il dialogo con le istituzioni negli ultimi anni è divenuto decisivo per la soluzione di molte vertenze legate alla funzionalità dei servizi essenziali per il cittadino e per il welfare; in alcuni casi di è rivelato positivo, in altri, purtroppo, no.
La metà delle famiglie catanesi vive con un reddito inferiore ai 15.000 euro l’anno. Sono drammatici i dati sulla povertà a Catania, diffusi all’arrivo del Rei (Reddito di inclusione), il nuovo strumento di contrasto alla povertà finalizzato all’inclusione sociale, volto non solo ad erogare un sostegno economico, ma a prefigurare percorsi di fuoriuscita dallo stato di bisogno e di acquisizione di una necessaria autonomia.
Il 12,7% degli anziani dei nostri territori consuma meno di tre pasti al giorno, quasi il 20% consuma carni trasformate almeno una volta al giorno; dato che risulta più elevato della media nazionale e superiore al consumo frequente di carni fresche. Anche la varietà dei pasti consumati dagli anziani è più compressa rispetto alla media del dato nazionale: solo una piccola percentuale consuma quattro o cinque pasti al giorno. In questo contesto è necessario rafforzare sempre più la contrattazione territoriale per evitare che il sistema d welfare locale, già duramente colpito dalla riduzione dei trasferimenti statali, venga definitivamente smantellato
E se parliamo dei giovani non va meglio. Assistiamo ad un crollo del tasso di natalità combinato con una crescente evasione scolastica ed una continua migrazione delle famiglie al Nord Italia
La Sicilia, lo ha ben rilevato la Flc Cgil di  Catania nel suo congresso, è tra le quattro regioni in cui il decremento di iscrizioni è più evidente: precisamente è la terza con un -12.487. Ma le classi restano sovraffollate (come imposto dal legislatore per motivi economici) in strutture vecchie, gli organici rimangono insufficienti e il tempo pieno quasi non esiste. Anche a Catania gli studenti hanno ore ed ore di lezioni in meno rispetto ai coetanei settentrionali.
 
La Cgil auspica l’abolizione della Legge 107 sulla Buona scuola, anche se grazie agli impegni dei compagni di categoria, sono stage migliorate le condizioni di lavoro del personale ATA, smontate le chiamate diretta, il bonus premiale, l’utilizzo dell’organico di potenziamento.
Anche il numero dei corsi universitari attivati è in costante calo: dai 182 del 2009 è passata ai 100 attuali, così come le iscrizioni sono oggi 41.066 a fronte dei 58.225 dello stesso 2009. 
La Ricerca a Catania è stata mutilata in nome dei tagli: la spesa italiana in ricerca e sviluppo resta al di sotto della media UE: l’1,29% del Pil contro il 2,03%. L’equivalente di 21,6 miliardi contro i 92 miliardi della Germania.
  
Come sarebbe una città intellettualmente vivace qual è Catania se avesse la possibilità di ricaricare i suoi centri vitali per l’istruzione? Catania è! Ma potrebbe essere meravigliosa, anche su questo profilo.
Il sapere è il sale di questa città, così come lo spirito creativo e di innovazione. Di cultura non si vive, ci dicono, ma sappiamo che non solo non è vero, ma che si potrebbe fare molto, moltissimo, in termini di nuovo reddito e occupazione sana.
I lavoratori della cultura in questa città sono penalizzati, forse più che in altri centri italiani. Il Teatro Massimo Bellini e il Teatro Stabile di Catania continuano a vivere proponendo stagioni di grande prestigio perché i lavoratori artisti, musicisti, tecnici ed amministrativi, continuato a lavorare per senso di responsabilità verso gli spettatori.
Accade spesso, accade sempre e da molti anni. Anche quando gli stipendi non arrivano, situazione ormai drammaticamente cristallizzatasi.
L’Istituto musicale “Bellini”, intanto, in attesa della tanta sospirata statizzazione, rischia di chiudere per diminuzione dei trasferimenti ministeriali e anche in vista del temuto dissesto comunale che di fatto imporrebbe al Comune di non firmare la convenzione. I lavoratori nel frattempo sono senza stipendio da alcuni mesi. La Cgil di Catania chiede anche che venga accertata velocemente la verità giudiziaria sul caso dell’ammanco dalle casse dell’Istituto.
 
Compagni, la partita della Sanità pubblica è diventata bollente anche e soprattutto guardando alle ricadute pratiche sul territorio. Si deve ancora fare molto a Catania sul fronte della rete ospedaliera e dei servizi territoriali, compresi i consultori. Per quanto ci riguarda, il documento approvato dalla Giunta regionale è un deja vu, già bocciato dagli organismi nazionali, con qualche lievissima variazione che forse soddisfa qualche promessa elettorale.
Per il sindacato è necessario potenziare subito i servizi; tenuto conto che la riconversione in PTA (Presidio territoriale di assistenza) dei presidi ospedalieri dismessi è praticamente fallita in quanto, quei pochi istituti non riescono a dare gli adeguati servizi che i cittadini si aspettano, sarebbe invece necessario pensare più che ai PTA a delle vere e proprio "Case della salute" che in alcune regioni sono riuscite a fare risposte soddisfacenti anche perché operano sulle 24 ore. La medicina territoriale nel nostro territorio è fallita, compagni. Il cittadino ha come riferimento solo il medico di famiglia. Da qui l’eccessivo e a volte ingiustificato ricorso al servizio di Pronto soccorso, soprattutto da parte dei ceti meno abbienti. 
Lo chiediamo da anni. Lo chiediamo adesso alla Regione siciliana: spiegate ai catanesi a che punto siamo con l’apertura dell'ospedale "San Marco" nel quartiere di Librino! 
Due anni fa il governo Crocetta aveva preso un impegno preciso: chiudere il pronto soccorso del "Vittorio Emanuele" solo dopo che l'ospedale di Librino venisse ultimato; impegno reiterato dall’attuale Governo Musumeci, e a questo punto da considerare non mantenuto. Oggi invece il pronto soccorso del "Garibaldi" va in tilt, come segnalato dalla stampa locale, e pensare che dalle periferie si possa affrontare un viaggio di emergenza in auto nelle principali arterie catanesi per raggiungere il pronto soccorso del “Cannizzaro" o il nuovo PS del “Policlinico" di imminente apertura, sarebbe pura utopia.
La centralità del ruolo dell’ospedale San Marco è stata anche segnalata unitariamente dai sindacati catanesi al presidente della Repubblica Mattarella, in visita a Librino nel gennaio scorso.
 
Insieme a FP Cgil di Catania pensiamo che dunque si stia consumando un pesante danno alla Catania dei quartieri popolari. Un danno classista.
Non possiamo inoltre dimenticare cosa stanno vivendo i lavoratori dei pronto soccorso in questi anni: sottodimensionati, aggrediti da un pubblico sempre più stressato dalle attese, a volte senza i farmaci necessari per procedere alle cure. Un inferno che diventa persino più profondo in una città come Catania.
In questo contesto la riforma è necessaria, urgente ed è pericoloso per la tenuta sociale rimuovere questo punto.  La rete ospedaliera deve essere fatta in funzione delle esigenze del territorio e qui a Catania siamo lontanissimi dalla prescrizione della legge 833/78 che poneva al centro il territorio e i suoi servizi e la prevenzione.
Compagne e compagni, 
è difficile essere concisi in situazioni come queste. I congressi sono per noi così importanti per il senso che diamo alla parola democrazia e per gli ingranaggi stessi del sindacato, umani, politici e relazionali. 
Il dipartimento Politiche di genere opera nella Camera del lavoro di
Catania dal 2016, ma raccoglie l'eredità di una lunga esperienza di attività di Coordinamento donne che negli anni è sempre stato luogo di pensiero ed elaborazione del confronto su politiche di genere. Compagne che monitorano, partecipano a lavori di osservatori nazionali, lavorano con passione alle manifestazioni contro il femminicidio, ai confronti sulle 194 ormai sotto attacco, ma non solo, coinvolgono compagne e compagni in dibattiti che lasciano il segno. 
 
Il " CENTRO DONNA ", nato nel Novembre 2017 , è un luogo di riferimento per l'accoglienza, il sostegno, l'informazione e l'ascolto delle donne. La Consulenza legale gratuita, così come la competenza e la gioia dell’accoglienza, anche e forse soprattutto verso le donne migranti.
Per tutta questa passione, per l’abbraccio a tutte le donne vittime di violenza dato a nome della Cgil, come nell’orribile caso della dottoressa Serafina Strano, vittima di stupro, mentre lavorava in turno notturno, in solitudine nella Guardia medica di Trecastagni, per questo e molto, molto altro, ringrazio le compagne che si sono succedute alla guida del Coordinamento donne.
Voglio adesso provare a chiudere con tre obiettivi che vogliamo che questa città e la sua provincia raggiunga insieme ai lavoratori, insieme alla Cgil. 
Primo: Affrontare con forza, urgenza, con tutti gli strumenti e i saperi possibili, la crisi del lavoro. La concertazione può divenire uno strumento importante in questa direzione, così come il dialogo con il mondo imprenditoriale e dei giovani che vogliono fare auto-imprenditoria.
Possiamo fare la differenza, la nostra esperienza è colma di saperi concreti.
Secondo: È necessario un piano straordinario per Catania da elaborare fianco a fianco con le istituzioni, per bloccare il dissesto e ridare appetibilità a questo territorio.
Terzo: Occorre evitare a tutti i costi che venga depauperato e disperso il welfare cittadino. Occorre non cancellare i Servizi sociali del Comune di Catania  e per fare questo deve entrare in campo la concertazione. È assolutamente necessario che gli asili nido rimangano aperti; occorre che i lavoratori delle cooperative sociali vengano pagati con regolarità.
 
Occorre, in una parola sola, tornare ad avere un progetto e una programmazione. 
La Cgil ritiene che questa progettualità sia centralissima per Catania.
La nostra priorità sarà continuare un’azione estenuante di proposta, lotta, di ragionamento con le istituzioni e di affiancamento con le lavoratrici e lavoratori, con i pensionati e le pensionate nelle lotte e nelle sofferenze.
 Per noi sarà uno sforzo straordinario fare tutto ciò con amministrazioni comunali senza liquidità, con un governo regionale impantanato che non sembra avere la capacità di fare partire un progetto vero e proprio e con un Governo nazionale a trazione nordista.
Raccogliamo le nostre energie compagni, stringiamo i denti, alziamo i cuori.
Possiamo farcela, dobbiamo farcela!
I rapporti della Cgil catanese con quella nazionale sono ottimi, lo voglio dire compagne e compagni, c’è una grande solidarietà.
Siamo stati sostenuti ed aiutati in ogni cosa; anche nei difficili momenti di crisi economica della Cgil Catania abbiamo sempre sentito accanto a noi la Cgil Nazionale e la Cgil regionale. 
Per questa ragione ringrazio oggi Susanna Camusso e Michele Pagliaro. 
Compagne e compagni, da soli non si va da nessuna parte. 
 
Cgil, Cisl e Uil hanno un rapporto antico che risale all’accordo nazionale unitario e che a Catania ha visto grandi momenti di lavoro unitario delle organizzazioni sindacali. Personalmente nutro un grande rispetto per Cisl e Uil. Credo che le più grandi conquiste nel mondo del lavoro siano avvenute quando Cgil, Cisl e Uil hanno lottato insieme. 
Con l’Ugl poi abbiamo una relazione di vecchia data, che prosegue con i
prolifici risultati.
Reputo adesso importante ringraziare le tante compagne e i tanti compagni che svolgono il loro lavoro nel sistema dei servizi Cgil (Patronato e Caf), che insieme all’ufficio vertenze legali  costituisce l’importante tassello della tutela individuale. E’ un pezzo di Cgil che poi, incrociandosi con le nostre categorie e le sedi cittadine, contribuisce anche alla tutela collettiva incarnando un pezzo di storia dell’organizzazione.
Ringrazio tutte le compagne ed i compagni della segreteria confederale: Vincenzo Cubito, Nicoletta Gatto, Rosaria Leonardi, Claudio Longo, Pina Palella.
Desidero ringraziare l’amministratore e l’Ufficio amministrazione per il lavoro svolto ogni giorno e un pensiero grato lo rivolgo alla nostra responsabile dell’Ufficio stampa, Rosa Maria Di Natale,  e a Marilena Costanzo e Nina  Sava per la loro eroica resistenza.
Voglio infine rivolgermi con gratitudine ed affetto alle decine di RSU, RSA e RLS che sono la Cgil nei luoghi di lavoro e che con il loro impegno discreto e generoso consentono la crescita della nostra organizzazione.
Permettetemi alla fine di trasmettervi il mio personale stato d’animo colmo d’affetto per questa grande organizzazione che ha consentito ad un anonimo lavoratore come me di passare dal luogo di lavoro alla guida di questa gloriosa struttura catanese, della quale il mondo del lavoro continuerà ad avere sempre bisogno.
Ultimo aggiornamento Martedì 23 Ottobre 2018 22:42