Home Rassegna Stampa Giornali Utilizzo beni confiscati a fini sociali: l’articolo de “La Sicilia” del 28 aprile 2013
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Da “La Sicilia” di domenica 28 Aprile 2013
 
«No alla morte delle aziende confiscate»
 
 
 
  Il quotidiano "La Sicilia" approfondisce con le interviste a Giacomo Rota (Segretario confederale della Cgil etnea) e Pina Palella (Segretario confederale e responsabile del dipartimento legalità), la proposta della CGIL ai cittadini di firmare per una legge di iniziativa popolare affinché vengano date garanzie ai lavoratori impiegati nelle aziende confiscate alla mafia, che spesso pagano con la disoccupazione colpe che non hanno. L'iniziativa proseguirà per tutto il mese di maggio. Martedì prevista una manifestazione davanti ai cancelli del gruppo Riela e banchetti in corso Sicilia
  
 
 
Rossella Jannello
 
L'iniziativa si svolge in tutta l'Italia, ma la Sicilia avrà un peso fondamentale. Parliamo dell'iniziativa della Cgil di raccolta firme per presentare al Parlamento una legge di iniziativa popolare per utilizzare i beni confiscati a fini sociali e di garanzia del lavoro per coloro che vi sono occupati.
L'iniziativa, partita in sordina nelle sedi del sindacato, avrà un momento pubblico e «forte» martedì prossimo con una conferenza stampa che si svolgerà alle 10,30 davanti la sede della Riela Group, a Belpasso, un caso emblematico e travagliato di bene confiscato alla mafia. All'iniziativa, che si svolge nell'anniversario della morte di Pio La Torre ispiratore della legge Rognoni-La Torre sul riutilizzo sociale dei beni confiscati, interveranno anche i dodici lavoratori residui dell'azienda di logistica che, prima della confisca, ne contava circa 300.
Sempre martedì ci sarà anche un banchetto dedicato in corso Sicilia dalle 9,30 alle 13 e altri banchetti ad Acireale, Paternò, Misterbianco, Mascalucia; per firmare sarà necessario avere con sè un documento di riconoscimento. La raccolta di firme continuerà poi per tutto il mese di maggio nelle sedi della Cgil.
«Il nostro obiettivo - spiegano Giacomo Rota segretario confederale della Cgil etnea e Pina Palella, segretario confederale e responsabile del dipartimento legalità - è di arrivare a diecimila firme in Sicilia, e Catania può dare un importante contributo. I numeri del fenomeno nella nostra provincia giustificano ampiamente l'importanza dell'iniziativa. Che mira - aggiungono - a ridare vita alle aziende sequestrate e confiscate, volorizzando il potenziale in dotazione. Per questo noi della Cgil riteniamo che sia necessario costituire una banca dati nazionale che ne tuteli la posizione di mercato; sostenere il percorso di reinserimento dei lavoratori, favorire la ristrutturazione aziendale e agevolare l'emersione del nero.
«Senza contare - conclude Pina Palella - che bisognerebbe incentivare la costituzione di cooperative di lavoratori disposti a rilevare l'azienda oggetto della confisca».
E le ultime statistiche, aggiornate al 31 dicembre 2012 fornite dall'Agenzia nazionale beni sequestrati e confiscati parlano, per la provincia etnea di un totale di 629 beni confiscati, di cui 89 aziende. Con qualche sorpresa.
Il dato relativo al capoluogo, 106 beni immobili confiscati fra case, ville, botteghe, garage e, appunto, aziende, è ampiamente superato da un Comune della provincia, Motta Sant'Anastasia che ha 236 beni confiscati, fra cui 6 aziende.
«Un numero soprendente, comprensibile solo rispetto alla vastità e alla tortuosità del territorio comunale dove insistono interessi di diverse famiglie mafiose. Un numero che fa balzare il Comune etneo al terzo posto in Italia per numero di sequestri dopo Reggio Calabria e Palermo».
Non è l'unica sorpresa della «graduatoria». Un posto di rilievo spetta anche a Belpasso (56 beni confiscati) e Trecastagni con 47 beni confiscati tutti sotto gestione.
Ma non è - spiegano i sindacalisti - solo una questione di numeri. Il problema è piuttosto quello della gestione complessa dei beni confiscati (che tendono ad aumentare come dimostrano i sequestri più clamorosi e recenti) relativamente alla sopravvivenza di aziende radicate nel territorio nei campi delle attività commerciali legate al terziario, nell'edilizia, nell'agroalimentare. «L'azienda - esemplifica Palella - non può morire dopo la confisca. E' necessaria un'assoluta trasparenza nella gestione, ma anche l'utilizzo delle risorse confiscate. E invece spesso le aziende confiscate perdono commesse e vanno in liquidazione perchè trovano un ambiente ostile nelle banche che non fanno più credito. Così perde lo Stato e la sua lotta alla criminalità organizzata e perdono anche i lavoratori, per i quali chiediamo l'istituzione di un fondo di rotazione in grado di coprire i debiti e i costi del personale.
«Infine chiediamo che sia reso appetibile il lavoro nelle aziende confiscate. L'azienda confiscata, insomma, deve rientrare nel mercato e produrre. E lo Stato ha il dovere di renderla produttiva senza restituirla alla mafia».
In questo senso la Riela Group - sottolinea la Cgil - è un esempio emblematico di cattiva gestione di un bene confiscato.
«La confisca dei beni dell'azienda di proprietà di una famiglia mafiosa - dice Rota - risale agli anni ‘90. Si trattava di una azienda di logistica con grandi potenzialità. Con un parco mezzi notevoli e circa 300 persone che vi ruotavano attorno. Ora i beni sono in liquidazione e i lavoratori, ormai solo 12, sono in mobilità. La farraginosità delle procedure e la cattiva gestione hanno permesso ai Riela di fondare altre società che hanno progressivamente svuotato di commesse, capitali e personali l'azienda confiscata.
«Ma - è il pensiero della Cgil - non possiamo permetterci questa ennesima chiusura. Secondo noi ci sono i margini per fermare tutto ciò». Ecco perchè il sindacato ha richiesto l'apertura di un tavolo urgente in prefettura presente la Procura e l'Agenzia nazionale dei beni segrestrati e confiscati. Perchè, alla luce degli errori fatti in questo caso, vi si ponga rimedio evitando che accadano ancora «con una battaglia per la legalità a tutto campo. Però ci devono aiutare in questo - conclude Rota - tutte le forze sociali e sane del Paese».
 
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L'Agenzia è nata nel 2010 per l'amministrazione dei beni
 
L'Agenzia Nazionale per l'Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata, abbreviata in ANSBC, è un'agenzia del Governo Italiano, con sede a Reggio Calabria, sottoposta alla vigilanza del Ministero dell'Interno. Il direttore dell'Ente è il prefetto Giuseppe Caruso.
L'Agenzia viene istituita con Decreto Legge n°4/2010, convertito in Legge n°50/2010, con il compito di provvedere all'amministrazione, alla custodia ed alla destinazione dei beni mobili e immobili sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Ha inoltre il compito di verificare che i soggetti che sono risultati assegnatari dei beni, provvedano al loro utilizzo conformemente alle finalità per le quali si è proceduto alla destinazione, pena la revoca della stessa.
Al 31 dicembre del 2013 l'Agenzia gestisce oltre 11mila immobili, oltre 5000 beni mobili e 1121 aziende: alle sue dipendenze conta 30 unità.
Circa il 33% degli immobili consegnati sono destinati a finalità sociali. Purtroppo però le statistiche dicono che il 90% delle aziende confiscate alla mafia, falliscono in seguito a tale provvedimento, in quanto, come sostiene anche la Cgil che chiede di rivedere la normativa in materia viene tolta loro la protezione dei clan, cessa il flusso di denaro illegale a loro destinato, vengono portate alla luce le irregolarità che incidono sui rapporti con fornitori e banche e lo Stato inoltre non sempre riesce a garantire una corretta gestione manageriale di queste imprese.
L'Agenzia ha sedi secondarie a Roma, Palermo e Milano e si chiede una sede distaccata a Catania visto il rilevante numero di beni confiscati (629) fra cui 89 aziende.
La legge 109 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali è entrata in vigore il 7 marzo 1996 e ha segnato una svolta epocale nella lotta alle mafie nel nostro Paese. Un successo per lo Stato e per tutti i cittadini che avevano sostenuto con un milione di firme la petizione popolare a sostegno della proposta di legge.
 
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I numeri in provincia
 
Questo l'elenco, aggiornato a tutto il 2012, dei beni confiscati alla mafia in provincia, Comune per Comune: il picco a Motta Sant'Anastasia, nel capoluogo oltre cento casi.
 
CATANIA 106
Aci Castello 6
Aci Catena 12
Acireale 6
Aci Sant'Antonio 3
Adrano 2
Belpasso 56
Calatabiano 3
Caltagirone 9
Camporotondo 4
Castel di Iudica 3
Gravina 6
Linguaglossa 1
Mascali 9
Mascalucia 13
Militello 1
Misterbianco 24
Motta S. Anastasia 236
Nicolosi 1
Paternò 13
Pedara 5
Piedimonte 2
Ragalna 1
Ramacca 9
S. G. La Punta 12
S. Gregorio 11
S. P. Clarenza 5
S. A. li Battiati 5
S. M. di Licodia 2
Trecastagni 47
Tremestieri 13
Viagrande 1
Zafferana 2

TOTALE 629

Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Aprile 2013 08:34