Mercoledì 25 Aprile 2012 06:56
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Paternò: “Nel limbo degli invisibili” reportage del quotidiano “La Sicilia” sullo sfruttamento bracciantile. All’alba i sindacalisti incontrano i lavoratori in partenza per i luoghi di lavoro per informare su diritti e sullo sciopero generale del 27 aprile. Angelo Villari: “Contro chi sfrutta i lavoratori locali, con ricatti e pagamenti ben al di là della legalità”
 
 
Da “La Sicilia” del 24 Aprile 2012
Nel limbo degli "invisibili"
di Mario Barresi
Nel breve purgatorio fra la notte e il giorno sembra un'altra, la vita sembra che ti vive addosso. E così, alle cinque del mattino, tutto ti appare diverso. Il bar, il panificio e la piazza si popolano di gente che ti sembra di non aver mai visto.
Ma magari quei volti - nella pienezza della luce o dell'oscurità - li hai pure incrociati, senza nemmeno degnarli di uno sguardo. È un popolo che si sposta lungo quell'interstizio del tempo e dello spazio. Braccianti agricoli, siciliani e stranieri; iurnatari assoldati nelle piazze di paese come quarant'anni fa. «Tu lavori, tu resti qui»: il loro destino lo decidono i caporali, che guadagnano 5 euro per ogni uomo che salta a bordo di quei furgoni della disperazione. La paga è diversa: per gli stranieri è la metà dei braccianti ingaggiati. Eppure c'è una beffarda eguaglianza, nel loro destino. Quell'insopprimibile insicurezza del vivere alla giornata, senza sapere cosa succederà dopo che il sole sarà spuntato. Uno scandalo - lo sfruttamento bracciantile - che non è cosa nuova. Ma che oggi si appesantisce di nuova rabbia, pronta a esplodere in una tumultuosa guerra dei poveri. Istigata da chi vuol risparmiare qualche euro, magari per non finire affamato pure lui. E, alle cinque del mattino, la piazza - a Paternò, così come in tutta la Sicilia - è tutta per loro. Gli "invisibili". Che solo l'alba riesce a farti vedere.

La mafia dei caporali decide il destino degli "invisibili": «Tu lavori, tu no»
Mario Barresi
nostro inviato
Paternò.La puzza che esce dalla marmitta di quel furgone sgangherato assorbe la scia d'aroma intenso dell'espresso del bar. E persino il nitido profumo del pane appena sfornato si mischia a quel fumo acre e scoppiettante. Dai finestrini sbirciamo gli sguardi mesti di un gruppo di maghrebini, mentre altri fremono sul marciapiede. Esce fuori un cinquantino nerboruto e nervoso. Di poche parole e di gesti rapidi: tasta il bicipite del più vecchio, poi un cenno agli altri due: salite a bordo. «Tu no, moviti femmu. Avanti, partiamo!». E la sgommata del furgone che scompare sul vialone avvolge quell'uomo nero dai capelli bianchi in una coltre di disperazione grigia.
Alle cinque meno un quarto del mattino la vita sembra avere odori e sapori diversi dal resto della giornata. E anche Paternò sembra un'altra cosa. Come se il paesone ai piedi dell'Etna si rigirasse ancora nel lettone sperando che quanto accade sia soltanto la protuberanza di un sonno inquieto. E invece no: alle 4,45 il vecchio lasciato a piedi dal furgoncino ha già perso la sua giornata di lavoro. Ovvero: 20 euro, se pagato a forfait; oppure 50 centesimi a cassetta d'arancia, se a cottimo. Quel signore che gli ha tastato il muscolo e lo ha scartato è uno dei "caporali" che governano i miserabili destini di migliaia di braccianti agricoli dei paesi etnei. Almeno duemila quelli extracomunitari, stimati per difetto, a cui si devono aggiungere centinaia di romeni. Eserciti disperati che ogni mattina si contendono il pane con i braccianti locali. Che, se ingaggiati, godono (si fa per dire) di una paga giornaliera di 40-45 euro per lavorare in campagna dalle sette alle tre del pomeriggio. A Lentini, a Scordia, a Palagonia: saltando su altri furgoni, in quest'ultimo scorcio di una stagione disgraziata per gli agrumi e per le mani callose di chi li raccoglie.
Qualcuno si ritiene pure fortunato. «Ci è rimasto solo questo - ammette Mauro Aprile - e dobbiamo tenercelo stretto, perché con tutti questi stranieri che lavorano per niente qui fra un po' non ci sarà nemmeno questo». Dal panificio esce Alfio Ventura, bracciante di Paternò con moglie e una figlia da mantenere. Quella carta con dentro il panino se la coccola come un trofeo. E intanto fa i conti nelle sue tasche: «Già sono partiti i primi due euro e cinquanta, poi c'è il caffè, la benzina... Dei 45 euro che prendo ogni giorno cosa porto a casa, dopo che mi sveglio alle quattro e quando torno sono a pezzi. Poi magari qualche principale ci fa pure firmare la busta paga dove c'è scritto che ne prendiamo più di 60 euro...».
Il rapporto fra i lavoratori in regola e quelli in nero è di uno a uno. I numeri, sul sottile filo della stima empirica, li snocciolano i sindacalisti territoriali di Flai, Fai e Uila: sui 29.000 braccianti iscritti negli elenchi della provincia di Catania, di Forestale e Consorzi di bonifica, la manovalanza effettiva è di circa 18.000 persone; il "buco nero" di quelli senza diritti né tutela (compresi quelli che preferiscono restarci, in questo status) si aggira sui 22.000 in tutto il Catanese. «Ma sono stime per difetto - spiegano - considerando i fenomeni di migrazione interna: dagli agrumeti della Piana alle patate di Siracusa, fino alle serre di Vittoria».
Già, perché i braccianti locali - "privilegiati" rispetto a quelli stranieri, totalmente in nero - sono comunque vittime di un sistema che funziona come una macchina infernale per risparmiare soldi e cancellare diritti. Gli espedienti - raccontano - sono i più svariati. Per esempio con bonifici bancari di una cifra che copre ufficialmente 18-19 giorni dei 25 di fatto lavorativi. Oppure alle decine di pensionati, ex coltivatori diretti che continuano a spaccarsi la schiena in campagna magari per mantenere figli e nipoti, il datore di lavoro rilascia una (falsa) fattura di vendita di arance col corrispettivo di due settimane di salario. «Abbiamo provato a ribellarci - dice Alfredo Gioco, giovane di Adrano - e ci hanno convinti pure a fare lo sciopero con i forconi. Ma niente è cambiato, abbiamo solo perso dieci giorni di paga». Anche se c'è chi racconta di aziende in regola: «Il nostro principale - garantisce Nino Cavallo - ha sessanta dipendenti, tutti in regola. Facciamo i corsi sulla sicurezza, due pause ogni turno e ci sono pure i locali per la mensa. Ogni mese viene l'ispettore della Coop per controllare e lui vuole essere a posto perché se no quelli arance non ne comprano più».
Alle 6,20 s'è già capito che ci sarà una bella giornata. Coi primi bagliori di sole l'Etna sembra ancora più bianco. Come il furgone dei romeni (lo si capisce dalla targa) che si ferma al distributore di benzina. Proviamo ad avvicinarci, ma un giovane avvolto in una felpa col capuccio ci fa capire che non è aria. Qui il caporale è un connazionale, esce dal bar con un pacchetto di sigarette e la bocca impastata di caffè. Un'occhiata minacciosa e poi sale davanti, accanto al conducente. «Si sono fatti più furbi - raccontano i braccianti - perché si spaventano dei controlli: sanno dove andare, chi prendere e fanno tutto in pochi minuti». Guadagnando cinque euro per ogni "schiavo" assoldato, uno sporco tesoro giornaliero alimentato da centinaia di uomini silenziosi.
E chi riesce a salirci, su quei furgoni, è pure contento. Al fronte di 98 braccianti agricoli extracomunitari ufficiali, ci sono almeno 2.000 fantasmi che vagano per gli agrumeti. Kaled, tunisino di 23 anni, in tutta la stagione ha lavorato solo due giornate. Mettendo da parte 40 euro. «Mangio alla Caritas e aspetto. Loro, quei signori sanno dove trovarci e se non ci cercano significa che lavoro non ce n'è per nessuno». Accanto a lui il connazionale Salah, quarantunenne, ha fatto tornare moglie e figli in Tunisia: «Se la passano meglio lì. Io lavoro ogni tanto, nelle zone più brutte della campagna dove i siciliani non vogliono andare: 50 centesimi a cassetta, 30-40 carichi al giorno fino a quando non cado a terra». Accanto a lui ritroviamo il vecchio maghrebino, sì proprio quello scartato dal caporale poco prima dell'alba. E scopriamo che non è un vecchio. Alì Zacharia ha 46 anni, anche se ne dimostra trenta di più. È marocchino, vive in una baracca alle Salinelle assieme ad altre venti persone. Questa terra, per lui, è un miraggio che è diventato un incubo: «Lavoravo a Brescia, facevo l'operaio nei cantieri a 70 euro al giorno. Ma lì era brutto: mi trattavano male. Mi hanno detto: vieni a raccogliere arance in Sicilia: c'è il sole, la gente è buona e ti danno cinquanta euro al giorno...». Lui ci ha creduto a quel depliant dei poveri. E ora è qui a prendere botte per riscuotere la sua miseria quotidiana: «Mi fanno lavorare e non mi vogliono pagare. Io gli dico che chiamo i carabinieri e si mettono a ridere». L'ultima volta l'hanno pure picchiato, prima di buttargli addosso dieci euro: «Qui non lavorerai mai più», hanno detto al giovane-vecchio. Che quella banconota l'ha ammonticchiata, assieme a poche altre, nel suo sogno: «Voglio farmi i soldi per comprare un biglietto per Napoli. Mi hanno detto che c'è tanto lavoro per raccogliere i pomodori».
Alì Zacharia accetta di farsi seguire per mostrarci dove vive. Gli diamo uno strappo fino al velodromo mai inaugurato e già decaduto, monumento allo spreco siculo e hotel dei disperati africani; con vista sullo zolfo ai piedi della collina. Una signora ha steso i panni sulla gradinata di quella che doveva essere la tribuna. Il nostro uomo ci porta nella sala caldaie trasformata in multiproprietà abusiva. Coglie un sentimento di commiserazione nei nostri occhi. E non la prende bene: «La nostra vita è una merda, ma qui ve la passate male pure voi», sputa rabbioso mentre agita il bicchierino di plastica col rimasuglio di un cappuccino allungato con l'acqua della fontana. Poi precisa il concetto: «Fra un po' a raccogliere arance ci andrete pure voi italiani, con la stessa paga che danno a noi tunisini. Proprio come ora venite a mangiare alla Caritas accanto a noi e prima vi faceva schifo...».
Torniamo in centro e la città non è più quella delle cinque meno un quarto. E poi c'è quella frase di Alì (maledizione, paura, realtà?) che ci risuona in testa, quasi annullando le voci del mercato del lunedì che comincia ad animarsi di nuova vita.
 
È una guerra fra disperati si rischia un’altra Rosarno

Mario Barresi
Nostro inviato
Paternò.Un sole tiepido illumina da qualche minuto l'inizio di un'altra dura settimana di lavoro nei campi. E in giro, per le vie di Paternò, c'è qualche faccia nuova. Che ha l'effetto collaterale di far ritrarre qualche brutto ceffo di solito impegnato nel reclutare braccianti in nero "last minute", a tariffe ancora più basse. È una mattinata di informazione e di trasparenza, quella organizzata ieri dai sindacati catanesi. Ascoltano le storie dei braccianti, li invitano a rompere il silenzio, a denunciare i soprusi. E nel frattempo, nell'era di facebook, fanno la cosa più umile e forse più efficace per comunicare: il volantinaggio. Bar dopo bar, panificio dopo panificio, distributore dopo distributore. Per informare il popolo etneo delle campagne delle nuove iniziative, delle prossime battaglie.
Ecco i protagonisti di questa operazione. Per i sindacati provinciali: Angelo Villari (segretario generale Cgil Catania), Giacomo Rota (segreteria Cgil Catania), Alfio Giulio (segretario generale Cisl Catania) Angelo Mattone (segretario generale Uil Catania); per quelli di categoria e territoriali: Alfio Mannino (segretario provinciale Flai-Cgil), Pino Mandrà (della segreteria Flai-Cgil) Giuseppe Fallica (segretario Cgil Paternò, Pietro Di Paola (segretario provinciale Fai-Cisl), Giuseppe La Spina (segretario Cisl Paternò), Antonino Marino (segretario provinciale Uila-Uil), Roberto Prestigiacomo (segretario Uil Paternò).
La priorità è far accendere i riflettori su lavoro nero e caporalato: «Il lavoro recente di magistrati, forze dell'ordine e ispettorato del lavoro - ammette Villari - è stato un forte deterrente. I blitz, le denunce e le multe aiutano a ripristinare la legalità in un settore ad altissimo tasso di sfruttamento. Ma si deve fare di più in tanti sensi: più frequenza dei controlli, più visibilità dei risultati ottenuti». Cgil e Flai denunciano «le condizioni scandalose di vita dei braccianti stranieri, che vivono in ruderi di campagna o in baracche nel centro storico». Ma si scagliano anche contro «chi sfrutta i lavoratori locali, con ricatti e pagamenti ben al di là della legalità che sono sempre più difficili da stanare».
Il segretario Giulio è visibilmente colpito da ciò che ha visto e sentito. «Non possiamo consentire sconti sui diritti, non solo a livello di contratti e di rivendicazioni sindacali, ma soprattutto a livello di dignità umana. Le voci di queste persone implorano condizioni di vita dignitosa, prima ancora che di lavoro. Senza dimenticare i rischi di ulteriori passi indietro anche nei diritti dei braccianti regolari, minacciati da ulteriori tagli salariali». La Fai e la Cisl locale denunciano anche «una situazione esplosiva innescata da questa guerra dei poveri. La crisi ha acuito le differenze, anche fra i diversi gruppi etnici, e il rapporto con i lavoratori locali. Se qualcosa non cambia, qui può scoppiare un'altra Rosarno».
«Abbiamo ascoltato - raccontano Mattone e Marino - le narrazioni disperate di chi è costretto a dormire in luoghi malsani e a svolgere lavoro illegale. L'unica differenza sta nella paga in nero, che per gli stranieri è la metà dei siciliani. Inaccettabili, poi, le condizioni dei clandestini che abitano in discariche pubbliche, nei campi attorno alle acque sulfuree della Salinelle o nell'ex campo di calcio ormai abbandonato. Non certo migliore è, poi, la situazione dei locali che pagano casa, hanno figli da sfamare e istruire. Sono tutti diseredati del presente, derubati del futuro».
E oggi - alle 10, nella sala "Mico Geraci" dei locali Uil di via Sangiuliano 365 a Catania - i segretari della Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila-Uil la giornata nazionale di protesta indetta venerdì 27 «per contestare, tra l'altro, la norma sul lavoro accessorio che penalizza pesantemente agricoltori e forestali a tempo determinato e stagionali».

Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Aprile 2012 07:03